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ORA VOGLIAMO VEDERLI USCIRE



di Andrea Ballerini

Quel suono della sirena all'accampamento Esperanza, sopra quella 'maledetta' miniera di San Jose' sotto il deserto di Atacama, un deserto vecchio 15 milioni di anni e 50 volte più arido della Death Valley in California, è stato come un urlo liberatorio, quell'urlo che le persone radunate in questo angolo del mondo cileno, avevano dentro da due mesi, da quel 5 agosto, quando i 33 mariti, padri, fratelli sono rimasti schiacciati da questa terra arida a 700 metri di profondità.

Da quel 5 agosto gli obiettivi del mondo sono puntati su questo, ormai villaggio, che porta i colori del Cile, dove ogni cosa ora è una bandiera, dove ogni cosa è stata preghiera, è stata solidarietà ed è stato un lungo lavoro di uomini, sia quelli sopra, sia quelli sotto, lontani dal mondo, ma più vicini di molti altri.

Sabato 9 ottobre, ore 08.05 in Cile, la trivella T-130, quella che ha iniziato a perforare il deserto cileno nella giornata del 7 settembre, è arrivata a destinazione. Ha fatto il suo lavoro, ha bucato la Terra e ha raggiunto i 33 uomini intrappolati dopo 33 giorni di perforazione: un caso? un segno?. La gioia è esplosa, persone che piangono, si abbracciano, urlano: è felicità allo stato puro.

Tutti abbiamo provato un senso di liberazione, un senso di vittoria, ma una vittoria che ancora non è completa e i tecnici e il governo cileno lo sanno bene, perchè ora viene una parte altrettanto delicata di questo salvataggio che entrerà nei libri di storia. Tutti vorremmo cominciare a veder uscire questi uomini come eroi mitici dalle viscere di quella Terra che li ha ingoiati, ma la cautela e la logica hanno un ruolo determinante.

Averli raggiunti, aver fatto sentire alle loro stanche menti il suono battente della punta che picchiava contro l'ultimo strato di terra che li divideva dal mondo, non significa che sia finita. I dubbi sono ancora tanti e le decisioni da prendere sono decisioni da pesare, ma anche da prendere in fretta.

Ora si deve mettere in sicurezza quel pozzo per consentire alla capsula, che farà da 'ascensore' per ognuno dei 33 uomini, di scendere e salire senza nessun problema. Alcuni tra questi uomini sono in condizioni fisiche meno 'brillanti' di altri e la scelta, il famoso ordine di risalita, sarà un'altra grande incognita di questa operazione, ma lo spirito che ha contraddistinto il gruppo di persone che ha lavorato intorno a loro e gli stessi 33 là sotto, è più forte di ogni gerarchia.

Ora vogliamo vederli uscire questi uomini, sentire le loro voci e vedere le loro lacrime quando incroceranno gli occhi dei loro cari, che hanno vissuto accanto a loro, anche se a centinaia di metri di distanza. Il deserto di Atacama si appresta a vivere un momento incredibile, difficile da descrivere per chi, come noi, si trova a migliaia di chilometri di distanza, ma che ci unisce nel desiderio di mettere la parola fine a questa avventura che sembra uscita dalla penna di Joseph Cronin.

Vogliamo vederli uscire quei ragazzi. Anche quel 'ragazzo' che è Mario Gomez con i suoi 62 anni, il 'nonno' tra i 33 minatori di San Jose'. Vogliamo veder sventolare la bandiera cilena e sentire le urla di gioia, forti, alte. Poi, una volta finito tutto, il silenzio tornerà su una delle terre più aride del pianeta, dove la vita non sembra esserci mai stata, anche se ora non sarà più così, perchè le pagine di storia cilena e non solo, racconteranno dei suoni e delle voci che hanno avvolto per più di due mesi quella sabbia salata.

Una sabbia, dove una volta all'anno, come ha raccontato Luis Sepulveda, fioriscono le rose di Atacama, rose che fioriscono un solo giorno, uscendo dal buio, come quei 33 ragazzi che rifioriranno, una volta che saranno tra le braccia di chi li ama e li ha attesi fino ad ora.

10 ottobre 2010

 

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